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Figlio di Laerte, re di Itaca e di Anticlea, figlia di Autolico. Ulisse è uno dei tanti pretendenti della mano della bella Elena. E’ Ulisse che suggerisce a Tindaro, padre della bella Elena di far giurare solennemente a tutti i pretendenti di sua figlia di evitare una lite generale nel momento in cui Elena avesse fatto la sua scelta e di correre in aiuto al suo sposo se mai la moglie gli fosse stata rapita. Da qui nascerà l’interminabile e disastrosa guerra di Troia. Ulisse sposa Penelope, nipote di Tindaro, e riparte per Itaca, dove nasce Telemaco. Quando quest’ultimo è solo un bambino, Agamennone e Menelao, accompagnati da Palamede, vanno a chiedere ad Ulisse di tener fede al suo giuramento. Poco incline a partire per la guerra, Ulisse si finge pazzo ma successivamente parte per Troia dove si dimostra pieno di inventiva e di coraggio.
Ulisse riesce ad avere la meglio a Troia, anche utilizzando il famoso Cavallo e riparte per fare ritorno in patria, viaggio che si dimostrerà assai periglioso e lungo.
L’Odissea di Omero ci narra con splendidi colori le sue peripezie, i suoi viaggi, i suoi approdi ed i rischi di morte, dall’ora in cui s’era affidato con i suoi compagni allo schiumoso mare. L’isola di Itaca era il suo regno. Là lo attendevano fedele la sposa Penelope e il figlio Telemaco.
Ma quante insidie gli tese il destino!
Dapprima la sua nave fu spinta dal vento contro la terra dei Ciconi, e scoppiò una battaglia furiosa tra quel popolo e i suoi compagni che avevano predato le donne e i tori; poi fu la volta della terra dei Latòfagi, dalla quale i compagni non volevano più staccarsi, inebriati dal dolce fiore del loto che, mangiato, fa dimenticare la patria. Ulisse dovette trascinarli a forza sulle navi e legarli ai banchi! Poi li attendeva l’avventura funesta dei Ciclopi, giganti e mostri che avevano un unico occhio in mezzo alla fronte e vivevano di pastorizia in un’isola rocciosa, identificata nella Sicilia.
Polifemo, uno dei più smisurati, trovati Ulisse e i suoi compagni nella caverna, che gli serviva da ovile, divorò parecchi di quegli infelici e serbava Ulisse per una prossima colazione; ma il furbo Greco, prima lo ubriacò con un otre di vino che aveva portato dalla nave, poi, vistolo ben cotto dal sonno, gli piantò nell’occhio un palo acuminato ed abbrustolito, e lo accecò. Riuscì poi a fuggire coi compagni dall’antro del selvaggio pastore, legando i loro corpi sotto i montoni che Polifemo contava brancolando, sulla soglia della caverna, quando all’aurora uscivano alla pastura. Ulisse capita poi all’isola d’Eolo, re dei Venti, e sono altri guai. Eolo per aiutarlo gli dà un otre dove i Venti avversi son ben chiusi e non possono far zuffa che tra loro. Ma la ciurma di Ulisse, durante il viaggio, apre il ronzante otre e fa scatenare una burrasca che respinge la nave sulla costa africana. Navigano sette giorni ed eccoli ora alle prese coi Lestrìgoni, popolo d’antropofagi che distrugge le loro navi e divora gli equipaggi. Per un anno Ulisse rimane prigioniero, in un’altra isola, della bellissima maga Circe che cambiò in porci i suoi compagni ed avrebbe trasformato anche lui in bruto, se Mercurio non gli avesse dato l’erba magica che annullò gl’incantesimi della fattucchiera. Ulisse discende poi nell’Erebo, per consultare l’ombra dell’indovino Tiresia. Ripreso il mare, passa accanto alle coste della Sicilia, e le Sirene cercano di ammaliare i suoi uomini con il canto delizioso che fa dimenticare la patria, la sposa ed i figli. Ma l’eroe sfugge alla loro insidia, tappando con cera le orecchie dei marinai e legandosi all’albero del naviglio. Due scogli minacciosi dello stretto di Messina, Scilla e Cariddi, cinte di nere nubi, e abitati ciascuno da un vorace e furioso scatenatore di tempeste, danno nuovo rovello ai poveri naviganti che lasciano sei compagni nelle fauci di Scilla. Alfine Ulisse, dopo un nuovo naufragio, trova un po’ di pace nell’isola di Ogigia, ove la benigna ninfa Calipso lo ospita e lo ama.
Ma son ben lunghi sette anni d’attesa per l’Eroe che anela ad Itaca lontana! Solo la volontà di Minerva e di Giove indusse la sua gelosa protettrice a lasciarlo partire sopra di una zattera di connesse travi. Nettuno che l’avversava, perchè gli aveva accecato il figlio Polifemo, sconvolse ancora una volta il mare sotto il suo fragile remo! E Ulisse a gran pena, ignudo e sfinito, approdò a nuoto all’isola dei Feaci. Guidato alla reggia dalla soave Nausicaa, figlia dell’ospitale e generoso re Alcinoo, l’Eroe vi trovò accoglienza affettuosa.
I Feaci udirono il racconto delle sue avventure e ne ebbero pietà. Una nave fu alles tita.
Su di essa l’eroe, carico di doni, salpò alla volta di Itaca; ma non doveva raggiungere la sua casa sospirata senza altri intoppi e traversie. Dieci anni erano trascorsi dal giorno in cui Ulisse aveva lasciato in Itaca la moglie Penelope e il suo fanciullo Telemaco, per recarsi a combatter sotto le mura di Troia. La saggia sua sposa gli era rimasta fedele, ma da tre anni numerosi pretendenti, i Proci, l’assillavano con richieste di nozze e vivevano gozzovigliando nella reggia d’Ulisse.
Penelope aveva cercato di rimandare il giorno delle nozze. Un velo istoriato dai vivaci colori era teso sul suo telaio. “Scieglierò il mio futuro sposo”, diceva, “quando questo velo sarà tutto tessuto”. Ma di notte disfaceva il ricamo che aveva fatto il giorno ed i Proci aspettavano. Alla fine il suo inganno fù scoperto, e bisognò fare una scelta fra quei parassiti. Ulisse giunse intanto alla propria reggia, in aspetto di mendico, accompagnato dal pastore Eumeo. Nessuno lo riconobbe, meno il suo vecchio cane Argo, che morì di gioia. Ingiurie e dileggi lo accolsero nella sala ove i Proci sedevano a banchetto. Penelope dichiarò che sarebbe stata sposa di chi fosse riuscito a tendere l’arco che Ulisse ebbe in dono da Ifito e che solo le sue mani sapevano flettere. La gara ebbe luogo. Nessuno dei Proci potè piegar l’arco gigantesco. Ulisse, che già si era rivelato ad Eumeo e al figlio Telemaco, fece chiudere tutte le porte della sala, e chiese di prendere parte alla gara. Avuto il consenso di Telemaco, contro la volontà dei Proci che odiavano l’intruso, afferrò l’arco, lo tese come un vimine, e fece sibilare la freccia per gli anelli di dodici scuri piantate in fila. Poi, terribile in volto, si rivelò agli astanti allibiti, e uccise con gli strali tutti i Proci. La sala fu trasformata in un carnaio. L’indomani si fece conoscere anche a Penelope, alla quale si presentò nello splendore del suo aspetto regale.
La storia di Ulisse termina con un periodo di felice regno, nella riacquistata pace domestica.

 

 

Odysseus...